In esito all’ultimo articolo dell’amico Cesare Biscozzi (“Ticket restaurant, schede telefoniche, gratta e vinci e altri “valori”… come stimarli?) si è sviluppato uno scambio di opinioni che ha portato in emersione un problema di non poco conto in relazione alle ipotesi, peraltro assai frequenti, di clausole contrattuali dal contenuto ampio e generico che legittimano differenti e contrapposte interpretazioni del loro contenuto.

In questa sede, ovviamente, non ho alcuna intenzione – né ne avrei le competenze tecniche – di inserirmi nel dibattito sulla corretta interpretazione delle clausole individuate da Cesare, ma vorrei solo porre un quesito che potrebbe ulteriormente stimolare il dibattito, oltre che – spero – agevolare la soluzione del problema: quali sono le regole che si applicano per una corretta interpretazione delle clausole contrattuali, e più in generale del contratto?

Se da un lato è vero che ogni ufficio liquidativo ha una propria linea interpretativa dei contratti, e se quindi è vero che nella quotidiana gestione dei mandanti ricevuti non si può prescindere dalla linea interpretativa che la mandante si è data sin dalla assunzione del rischio, non è men vero che il perito nell’adempimento del proprio mandato professionale è tenuto a prospettare alla propria mandate il rischio concreto ed economico cui va incontro nello specifico caso.

Da qui l’importanza di conoscere le regole che, in caso di disaccordo tra le parti, guideranno il Giudice nella interpretazione del contratto e quindi nella decisione della eventuale lite insorta.

Ebbene, costituisce orientamento consolidato della Corte di Cassazione (pur non mancando qualche pronunzia di segno diverso: si veda Cassazione 10 ottobre 2003, n. 15100 e Cassazione 23 dicembre 1993, n. 12758) quello secondo cui in tema di interpretazione del contratto ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, con la conseguente preclusione del ricorso ad altri criteri interpretativi quando la comune volontà delle parti emerga in modo certo ed immediato dalle espressioni adoperate, e sia talmente chiara da precludere la ricerca di una volontà diversa.

Il rilievo da assegnare alla formulazione letterale deve essere peraltro verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale; le singole clausole contrattuali devono essere considerate in correlazione tra loro, procedendosi al relativo coordinamento ai sensi dell’art. 1363 c.c..

Per “senso letterale delle parole” deve, poi, intendersi tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato (da ultimo v. Cass., 22 dicembre 2005, n. 28479; Cass., 24 novembre 2005, n. 24813. V. anche Cass., 9 giugno 2005, n. 12120; Cass., 29 luglio 2004, n. 14495. V. altresì Cass., 4 febbraio 2002, n. 9712; Cass., 5 aprile 2004, n. 6641).

La Cassazione chiarisce inoltre che, se è vero che l’elemento letterale assume funzione fondamentale, la valutazione del complessivo comportamento delle parti non costituisce un canone sussidiario, bensì un parametro necessario ed indefettibile, in quanto le singole clausole, da interpretare le une a mezzo delle altre, senza potersi arrestare ad una considerazione atomistica delle stesse, neppure quando il loro senso possa ritenersi compiuto, debbono essere raccordate al complesso dell’atto e l’atto deve essere esaminato valutando il complessivo comportamento delle parti.

In questa progressiva dilatazione del materiale interpretativo anche il comportamento delle parti successivo alla conclusione del contratto può, quindi, assumere rilievo, purchè sia un comportamento comune, ovvero un comportamento unilaterale anche tacitamente accettato dall’altra parte, giacchè, così come comune è l’intenzione delle parti, quale fondamentale parametro di interpretazione, del pari comune deve essere il comportamento delle parti quale parametro di valutazione della volontà da esse manifestata (Cass., 28 marzo 2006, n. 7083).

La Cassazione chiarisce infine che deve farsi ricorso ai criteri interpretativi sussidiari, come appunto l’interpretatio contra stipulatorem nel caso di modulo predisposto da uno dei contraenti ai sensi dell’art. 1370 c.c. solo quando risulti non appagante il ricorso ai criteri di cui agli artt. 1362 – 1365 c.c., ed il giudice fornisca compiuta ed articolata motivazione della ritenuta equivocità ed insufficienza del dato letterale (v. Cass., 27 maggio 2005, n. 11278; Cass., 24 maggio 2004, n. 9910; Cass., 5 aprile 2004, n. 6656).

In tutte le ipotesi – analoga a quella portata alla nostra attenzione dall’amico Cesare Biscozzi – in cui dovesse sorgere contrasto interpretativo in relazione al contenuto di una clausola contrattuale predisposta da una parte e tale contrasto non fosse superabile attraverso una interpretazione unitaria della volontà contrattuale delle parti, il Giudice ben potrebbe fare applicazione del disposto di cui all’art.1370 c.c. il quale prevede che “le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s’interpretano, nel dubbio, a favore dell’altro”.

Il soggetto più debole si vedrebbe, quindi, garantito e protetto dall’ordinamento in relazione a quelle condotte potenzialmente opportunistiche tenute dalla sua controparte che, una volta predisposto il testo contrattuale, cercasse di approfittare delle eventuali ambiguità nella formulazione delle clausole.

Lascio ora ai tecnici l’onere ed il compito di confrontarsi nuovamente sul tema trattato da Cesare Biscozzi alla luce dei principi ora esaminati.

Francesco Rolle